A Taormina, quando si parla di alta cucina, il nome è uno solo: Pietro D'Agostino. Da quasi diciotto anni Stella Michelin, è il punto di riferimento gastronomico della Perla dello Ionio, interprete rigoroso e creativo di una Sicilia che sa essere colta, elegante e profondamente contemporanea. Alla guida de La Capinera, affacciata sul mare e premiata con la Stella dal 2008, Pietro D’Agostino ha trasformato un ristorante in un simbolo identitario del territorio.
La sua cucina è diventata un approdo sicuro per una clientela internazionale che sceglie Taormina anche per vivere un’esperienza gastronomica di alto profilo. Accanto alla Capinera, lo chef firma anche Kistè, diretto da Morena Benenati, altra realtà nel cuore del centro storico, e il Pietro D'Agostino Cooking Lab, laboratorio di formazione e cultura culinaria.
Pietro D’Agostino non è soltanto uno chef stellato: è un ambasciatore della cucina siciliana nel mondo, con le sue experience tra Dubai ,Londra, Svizzera e importanti realtà internazionali, in quella visione che unisse memoria e innovazione, radici e visione globale. Lo incontriamo nel suo Cooking Lab. Ne nasce un dialogo autentico che racconta filosofia, territorio e futuro.
Chef, la sua cucina viene spesso definita identitaria ma innovativa. Come convivono tradizione e modernità nei suoi piatti? «La mia filosofia parte dalla tradizione, ma la guardo con occhi contemporanei. È una cucina di territorio, di stagionalità, di memoria. Riprendiamo le ricette delle nonne e le rileggiamo in chiave moderna. Oggi, ad esempio, lavoriamo cavolfiori, cime di rapa, cavolo trunzo di Acireale, carciofi di Menfi o di Cerda. La cosa fondamentale è valorizzare il contadino che produce queste eccellenze e rispettare ciò che la stagione ci offre».
Diciotto anni di Stella Michelin sono un traguardo raro. Cosa significa mantenerla nel tempo?«Quando è arrivata non ce l’aspettavamo. È stata il frutto di tanti sacrifici. Ma la Stella non è un punto d’arrivo, è un impegno quotidiano: mantenere uno standard qualitativo alto ogni giorno. È responsabilità verso il cliente. Chi sceglie un ristorante stellato cerca una garanzia di qualità e servizio».
Taormina sta vivendo una nuova stagione di crescita internazionale. Come si inserisce la vostra proposta in questo scenario? «Taormina è il termometro del turismo siciliano. Chi arriva qui poi gira tutta l’isola. Oggi il turismo è itinerante. Abbiamo una clientela siciliana che ci sostiene tutto l’anno e una clientela internazionale che nei mesi estivi porta grande respiro. L’arrivo dei brand di lusso ha ulteriormente proiettato Taormina su un palcoscenico globale».
La sua cucina guarda anche oltre i confini siciliani. Quanto incidono i suoi viaggi nel mondo? «Incidono molto. Ho lavorato a Londra, in Svizzera, in Italia, per realtà importanti, persino per la compagnia del Sultano del Brunei. Continuo a viaggiare tra Asia e America. Assaggio spezie, studio tecniche, scopro aromi. Il 99% dei miei ingredienti è siciliano, ma quell’1% internazionale — uno zenzero, un pepe di Sichuan — può dare una nota che impreziosisce il piatto senza tradirne l’identità».
Dal 1° marzo La Capinera riaprirà con un nuovo menù. Cosa dobbiamo aspettarci? «Sarà più snello, dinamico, pensato con lo sguardo del 2026. Sempre territorio e memoria, ma con accostamenti nuovi. Mi piace giocare con equilibrio e freschezza, mantenendo il rispetto assoluto della materia prima».
Qui siamo nel suo Cooking Lab. Quanto è importante investire nella formazione?
«Perché oggi si fa molta teoria e poca pratica. Quando un giovane entra in una grande cucina rischia di rimanere spiazzato. Qui cerchiamo di accompagnarli, inserirli nel mondo del lavoro, indirizzarli anche verso stage in ristoranti stellati e non. E poi c’è il pubblico straniero: italiani che vivono all’estero o turisti che vogliono imparare la cucina siciliana. Li prendiamo per mano e raccontiamo loro la Sicilia anche attraverso i vini, dall’Etna al Siracusano fino al Ragusa».
Tra le pareti del Cooking Lab campeggia una frase: “Se si pensa bene, si cucina bene. Cucinare è un modo di dare”. Chef, cosa significa per lei? «Significa che se ami mangiare bene, se pensi in modo positivo, allora cucini con rispetto. Non ha senso fare una caponata con le melanzane a febbraio. In inverno uso carciofi, zucca, prodotti di stagione. La cucina è coerenza con la natura. È dare qualcosa di buono agli altri».
Cosa si aspetta dal 2026? «Crescere ancora, restare curiosi, guardare i piatti con occhi moderni, senza perdere le radici. Usare fantasia, magari osare un po’, ma sempre con rispetto per la materia prima».
Nel racconto di Pietro D’Agostino non c’è solo la storia di uno chef stellato. C’è la traiettoria di un ragazzo partito dall’alberghiero di Giarre, passato per Londra e il mondo, tornato a casa per dare alla Sicilia una voce contemporanea. In un tempo in cui tutto corre veloce, la sua cucina resta ancorata a un principio semplice e potente: memoria, stagionalità, rispetto. Perché in fondo, come ricorda lui stesso, cucinare non è solo tecnica. È un gesto d’amore. E quando si pensa bene, si cucina bene.












